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Emilio Mari
A scuola di disegno

    Studente delle medie ho avuto la fortuna di frequentare un collega di mio padre, Mari, professore di disegno, pittore, abilissimo restauratore, imitatore per divertimento, falsario per amore, misurato, ironico, galante. Da un frammento, una voluta, una cornicetta, un'assicella, giustapponendo integrando modificando replicando, affascinanti invenzioni prendevano forma nella sua casa - perenne cantiere - a Casigno.
    Da lui ho imparato la bellezza del disegni 1/10 nei quali mobili, camini, porte, inferriate facilmente vengono alla luce su un'umile carta qualunque recuperata da un pacco, dal retro di una busta; e dei disegni al vero 1:1, direttamente sul legno come usano i falegnami.


Osvaldo Pelagalli
Il primo cantiere


    A 18 anni, l'estate del 1966 la passai nell'Appennino sul cantiere della casa comprata dai miei. E' una casa a torre in sasso che trovammo diroccata, solcata da enormi crepe dopo anni d'abbandono. Se ne conosce l'Architetto: Berto Elmi, mastro comacino, itinerante e attivo in pieno '400.
    Mio padre disse all'impresario che avrebbe avuto piacere che potessero lavorare i vicini. Vennero i contadini dei poderi confinanti. Tutti erano, anche, muratori. Muro di sasso, travi di legno, stipiti in arenaria, elementi della costruzione erano a loro noti come le parole della lingua materna. Con questi elementi avevano costruito la loro stalla, i depositi, ampliato o riparato la casa.
    Le pietre mancanti le cercavano nel sito d'antiche frane, nel bosco, appena nascoste dal muschio. Per gli architravi, i cantonali, gli stipiti ci spingevamo più lontano con una FIAT 1100 trasformata camioncino: li trovavamo tra i rovi nelle macerie di case crollate.
    In quell'estate ho visto puntellare con travi assicelle puntoni i solai, gli sporti di gronda per lavorare sotto sui muri. Ho visto realizzare archetti con pietre sbozzate appoggiandoli su una forma provvisoria di terra. Ho visto incidere con tre aguzze punte e spaccare con precisione l'arenaria. Ho constatato che con mazza, scalpello, cazzuola, caldarello, accetta, segaccio e nient'altro si può costruire una casa, che tra 2 assi, sul prato con 2 ferri si può gettare un architrave di calcestruzzo.
    Ho imparato che l'architettura spontanea è una realtà estinta da pochi anni. Inevitabilmente da questo cantiere mi è derivata una certa perplessità sull'ineludibilità dell'"alta tecnologia" e delle teorie complicate sulla progettazione.


Leonardo Lugli
Giovanni Michelucci

Scuola d'ingegneria


    Ho fatto l'Università nel periodo confuso della contestazione del '68 che si rifletteva attenuata nelle nostre assemblee. I professori erano perplessi: gli urbanisti erano affascinati dalle tecniche sistematiche di progettazione di Alexander-Chermaieff. I più intraprendenti tornavano dal MIT con una copia dei primi programmi di Negroponte su schede perforate. La progettazione era indirizzata da Leonardo Lugli allievo di Michelucci. Progettazione organica, contestualizzata con attenzione agli aspetti costruttivi. Lugli parlava d'architettura: in mano un'Hastil ad inchiostro nero. Usava la carta da fioraio: leggera perfettamente trasparente. La carta era fissata su una planimetria di rilievo urbano. Il discorso verteva sul tessuto della città sugli allineamenti, i punti di vista, le funzioni: nascevano dei diagrammi di relazioni. Le direttrici diventavano assi prospettici e, acquisendo spessore, muri, spazi.
    Michelucci tornò nell'Aula d'Ingegneria nella quale aveva insegnato tanti anni. Parlò della Chiesa di Longarone. L'avevo veduta e non mi era piaciuta: forma aliena, muri ciclopici. Dava l'impressione del progetto abbandonato dall'Architetto durante l'esecuzione. Michelucci ci raccontò dell'Aula all'aperto sul tetto della chiesa: concava, rivolta alla diga dalla quale era partita la valanga mortale. Nel disegnare aveva pensato al funerale di Don Milani, alla gente raccolta ad anfiteatro sul fianco della collina di Barbiana. Avevo visitato la tomba di Don Milani affacciata sulla piana Fiorentina. Il ricordo della chiesa ora mutava, forse capivo quella forma.
    L'architettura come tutti i racconti non può fare a meno della parola del narratore.


Il primo lavoro
Ettore Masi


    Un grande ufficio progetti: trenta persone, tecnici e disegnatori. Una grande sala tecnigrafi. Luce, copie eliografiche a ripetizione che si arricchivano di precisazioni strutturali, impiantistiche.
    L'impostazione era razionalista classica con grande attenzione alle tecniche costruttive sotto il totale controllo di Ettore Masi.
    Masi era stato chiamato a Bologna nel '63 per realizzare una esperienza di avanguardia di industrializzazione e prefabbricazione nell'edilizia delle Cooperative di produzione. Logicissimo polemico testardo, sperimentatore progressivo e prudente, era stato allievo di Francesco Saverio Muratori che pure da studente aveva contestato.
    Da lui ho imparato il primato della realtà costruttiva sulla teoria, il piacere della simmetria, del "confinamento dello spazio" della squadratura del foglio, ma ho imparato soprattutto che i "vincoli" non sono per il progettista una sciagura, ma l'origine della forma, che nulla nasce dal nulla. Una cassaforma, una tecnica costruttiva condiziona e genera. Così nella storia naturale gli organismi si adattano e sviluppano, originalissimi, partendo da una realtà preesistente. Da Masi ho imparato che, se la soluzione del problema non appare facile ed evidente, -è questa la situazione vincente che prediligo- la si può trovare, decorosamente opportuna, discutendo, ragionando, sedendo a tavolino, pensando, riprovando, nel tempo.


Franco Cassano

    Verniciatore, imbianchino, restauratore,  "pulitore" sommo di legni, ferri, infissi, mobili, decoratore con penna di gallina ed aceto di porte "uso legno", da lui ho imparato il gusto per il cantiere pulito. "Su il materiale giù il pietriccio" "Lo sporco che porti via non ritorna". Ho imparato che al cliente si deve dire: "Bianco? D'accordo: bianco" ma che in realtà si deve invece preparare una una "tinta" con nero, rosso, giallo, terra di Siena. Un grandioso esempio dei bianchi di Cassano è fissato in una foto a colori di Jan Rosenfeld (nota 1).
    Ho imparato che i cieli, ossia i soffitti, sopra la cornice di gesso -questa sì bianchissima-, devono essere bianchi ma scaldati con un "sospetto" della tinta delle pareti, e che la vernice ad olio degli zoccoli (17 cm nelle case vecchie, 15 in quelle vecchiotte) deve essere di recupero: mescola di tutte le vernici della casa sotto un'ala protettiva di blu e di terra; per risparmio e per "ricordo" dei colori della casa. Come le polpette del giovedì fatte con gli avanzi dei giorni della settimana passati.


I fratelli Testi

    Tranquillo, Federico, Marcello, Massimo, Guido. Fratelli e nipoti in bottega. Falegnami. "Quali lavori vi piace maggiormente fare?" "Tutti col legno".
    Da loro ho imparato che non si butta niente di legno, ma che è possibile raddrizzare, tassellare, rinforzare, trasformare ridurre ampliare "stramanare" porte finestre portoni sportelli, aggiungendo controtelai invisibili, vetri camera in spessore, - recuperando le vecchie ferramente. Perché, per quanto siamo bravi a disegnare e a realizzare, è difficile superare la verità di un infisso che ha superato il secolo o anche solo i trequarti.


Tessieri

    Nella sua fabbrica di Lucca - macchine, arredi, tettoie anteguerra (la prima), - produce con le vecchie griglie di ottone le piastrelle policrome di graniglia o cemento. "Ho i miei clienti. Perché cambiare?". "Le levigo bene, perché tirarle a piombo?" dice temendo che i pavimenti assumano un aspetto incongruente moderno, che si perda la tessitura della posa, le piccole imperfezioni della singola piastrella.
    Da lui ho imparato che col bordo si "prende su il fuori squadro", che il bordo s'interrompe contro l'arrivo di una scala, la presenza di un focolare di camino, che la composizione a scacchiera riesce ben evidente, anche se i colori, alternati, sono tenuissimi, che è sufficiente un seminato o una cornice con gli angoli (un fiocco ) a dare dignità ad una semplice tinta unita.




    Queste persone ho conosciuto, con loro ho parlato, con alcune lavoro, altre non sono più.



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- Case, - Un pensiero finale



NOTE:
(1) - Grande emozione ebbi, entrando in Pinacoteca per una mostra di foto su Bologna, quando vidi di fronte all'ingresso, grande al vero, a colori, quasi un quadro astratto, un particolare della casa dei miei, dipinta da Cassano. Sulla parete rossa del portico il pennacchio di una volta a crociera: due trapezi delle volte contigue; a destra la tinta 'bianca' - in realtà ambrata - della volta 'nuova', a sinistra quasi color nocciola il 'bianco' vecchio di 40 anni che in questo modo veniva ripreso. (torna al testo)